Esperienza Bruxelles

“Fraternità”: forse il concetto, il valore più oscurato rispetto agli altri due valori della Rivoluzione francese – libertà e uguaglianza – nelle politiche sociali ed economiche dell’ultimo secolo, come ci ha fatto notare Padre Stefano.

Eppure, la fraternità è ciò che rende il nostro sguardo verso l’altro e la comunità più umano, perché ci porta a essere empatici e accoglienti.

Se dovessi descrivere le giornate trascorse a Bruxelles, dal 14 al 24 agosto, presso il Convento dei Carmelitani Scalzi grazie alla proposta dell’associazione C’è campo, inizierei proprio riflettendo su questo valore.

Bruxelles è il cuore dell’Europa, con i suoi edifici imponenti dove si prendono decisioni che riguardano la nostra comunità. Allo stesso tempo, però, è una città con moltissimi “ultimi”. Non è difficile, camminando lungo i marciapiedi, incontrare senzatetto. Nell’immaginario comune lo sguardo verso di loro è quasi inesistente: si cerca di non vederli, sia perché si è consapevoli che dare un euro non cambierà la loro vita, sia perché ormai sembra “normale” che nel mondo ci sia chi sta bene e chi sta male. Ma è davvero giusto continuare con questo sguardo?

Sono certo che, se ampliamo e arricchiamo il nostro punto di vista, possiamo concretamente iniziare a cambiare le cose. È l’insieme degli sguardi delle persone che crea lo sguardo comune, quello della società, e quindi anche il nostro come elettori e dei politici. Magari proprio a favore di questo valore lasciato in disparte: la fraternità.

Durante le giornate in questa città cosmopolita abbiamo riflettuto sul concetto di non violenza attiva, il cui padre è Gandhi: un modo di affrontare i conflitti che non prevede l’uso della violenza o delle armi, come purtroppo siamo abituati a vedere ogni giorno. Alla base di questa visione c’è il riconoscere l’altro, cercare una relazione, vedere il legame di fraternità che ci unisce, se davvero crediamo di avere un Padre comune. Da qui nasce il senso di comunità e l’impegno per il bene comune.

Grazie a Padre Stefano, Vittoria e Raffaele, ragazzi del Servizio Civile ospiti per un anno presso il convento, siamo entrati in contatto con quattro realtà che sostengono persone e famiglie in difficoltà. Abbiamo riordinato e distribuito cibo donato dai supermercati perché in scadenza, pulito e imbiancato stanze di centri di accoglienza, cucinato, servito pasti e lavato piatti in una mensa.

Tutto con uno sguardo rivolto all’altro: mio fratello, mia sorella. Perché potrei essere io, o il mio amico, suo cugino, mia zia, il mio vicino di casa.

Ad aiutarci a partire con questo spirito è stata la canzone “Io sono l’altro” di Niccolò Fabi, un vero inno all’empatia che ci invita ad ampliare lo sguardo e a distoglierlo dal nostro ombelico.

In questo viaggio ci hanno accompagnato anche figure significative per il loro modo di servire: Joseph-Leon Cardin, con il suo impegno a favore dei giovani operai sfruttati, da cui nacque il movimento Gioventù Operaia Cristiana; Edith Cavell, di cui resta memorabile il motto: “Non posso fermarmi finché ci sono vite da salvare”; Damiano De Veuster, che dedicò la sua missione ai malati di lebbra, fino ad ammalarsi lui stesso; e ancora Tito Brandsma ed Edith Stein, che ci invitano all’incontro con Dio dentro di noi, per conoscere noi stessi e, attraverso questo, uscire nel mondo e incontrare l’altro con sguardo di umanità e responsabilità.

Da queste figure siamo arrivati anche all’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, che offre una visione della società che il nostro nuovo Papa Leone XIV desidera proseguire, adattandone i principi alle sfide contemporanee.

Non è mancata una giornata dedicata a conoscere meglio la nostra Europa, sia come continente sia come “Unione Europea”. La visita alle istituzioni europee ci ha permesso di entrare nelle stanze in cui capi di Stato, presidenti e ministri si incontrano, dialogano e prendono decisioni sul destino del nostro territorio e dei suoi abitanti. Essere in quei luoghi ha reso i nostri politici più “umani”.

Spesso li percepiamo distanti, li denigriamo o guardiamo con sfiducia, ma essere proprio lì ci ha fatto riscoprire che anche loro sono nostri fratelli. E allora, perché non pregare per loro, perché abbiano sempre il bene comune in cima alle loro priorità? Se siamo tutti fratelli, lo sono anche loro.

Passare dalle stanze del Consiglio d’Europa ai locali del convento da dipingere, dagli spazi di accoglienza alle mense, fino alle strade dove incontrare e sostenere gli ultimi della società, può sembrare un passaggio dal bianco al nero, dall’agio al disagio. Ma un senso c’è, e credo sia legato ancora una volta alla fraternità. Se anche dalle più alte cariche ci fosse questo sguardo verso tutti, sarebbe lo sguardo divino-umano di Gesù a entrare nella realtà e a cambiarla. Un mondo che, in piccolo, cambiamo anche noi con le nostre scelte quotidiane: nel modo in cui decidiamo di stare accanto a chi ci è vicino, a chi ci è affidato, o a chi sembra molto lontano.

Non solo le persone, ma anche il pianeta è stato oggetto della nostra riflessione. Ci siamo ricordati che il rispetto non riguarda solo gli sguardi che incontriamo, ma anche la terra che calpestiamo e il cielo che ci sovrasta. Alcuni spunti della Laudato si’ di Papa Francesco, di cui ricorrono i 10 anni dalla pubblicazione, ci hanno riportato a un concetto di ecologia che va oltre il semplice rispetto della natura donata da Dio: un’ecologia umana, delle relazioni, che ci conduce al senso di comunità.

Anche Papa Leone sostiene questo messaggio: “L’Enciclica Laudato si’ ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto.”

Il motto dell’Unione Europea, come ci ha ricordato Padre Stefano, è “Uniti nella diversità”.

Lo abbiamo sperimentato in prima persona durante questi dieci giorni: quattordici persone di età, caratteri e percorsi diversi, che però, grazie ai momenti di riflessione e preghiera, hanno saputo abbattere le barriere e incontrarsi nella loro autenticità, imparando a “fare insieme”.

“Semi di speranza”: così si intitolava questa esperienza. Un invito a sentirci responsabili del mondo che abitiamo, a partire dal nostro quotidiano. Un’esperienza che ci ha aiutato a seminare ciò che di buono ciascuno di noi ha ricevuto, per vivere con pienezza la propria vocazione, abitare il proprio posto con radici salde, pronti a incontrare l’altro e trasformare i propri beni in dono.

Indietro
Indietro

Festival della Missione

Avanti
Avanti

C’è Festa in Campo 2025