Campo Lavoro Sarbova
Era il terzo anno che tornavo in Romania, ma questa volta, a differenza delle altre, ero piena di incertezze e timori. Prima di partire, mi sono chiesta se fosse giusto che ci andassi. Quest’anno era stato diverso; ero diversa io. Per la prima volta, sentivo di dover affrontare la Romania da sola, senza i miei punti di riferimento di sempre. Che vuoto che sentivo. Negli ultimi mesi mi ero sentita svuotata, come se le certezze che avevo sempre dato per scontate si fossero sgretolate una dopo l’altra. Avevo attraversato un periodo in cui tutto sembrava pesarmi: le relazioni, gli impegni, perfino le piccole cose quotidiane che prima mi davano sicurezza. Mi sembrava di non riconoscermi più, e l’idea di partire per la Romania, un luogo che per me era sempre stato sinonimo di forza e radicamento, mi spaventava più del solito. Temevo di non essere in grado di dare nulla, perché sentivo di non avere più nulla da offrire.
Ho deciso di partire, sorprendendo un po’ tutti. Nessuno si aspettava che avrei intrapreso quel viaggio quest’anno. Capiamoci bene, tutti mi sostenevano e facevano il tifo per me, ma avevo anche esplicitato chiaramente che quello non sarebbe stato il mio anno.
Eppure, quel giorno sono salita sulla macchina rossa di Stefano, che avrebbe dovuto guidare per tutto il tempo, dandosi il cambio con Elisabetta, una mia cara amica d’infanzia che ho ritrovato dopo due anni all’insaputa lì, pronta per partire con noi. Quello è stato il primo segnale di speranza per il mio cuore: sapere di avere al mio fianco Elisabetta. Infine, vicino a me si era seduta Francesca, una dolcissima ragazza poco più grande di me, che ancora non conoscevo bene, ma che sentivo, in cuor mio, che si sarebbe rivelata fondamentale per me.
Il viaggio è stato lungo e non abbiamo parlato molto. Eravamo tutti stravolti dalle nostre vite appena lasciate. Ma alla fine, tra una dormita e una fermata e l’altra, siamo arrivati, ognuno di noi con i propri pensieri, aspettative e debolezze.
L’accoglienza di Adriana e di tutti gli altri è stata il secondo vero respiro di quelle giornate. Appena ho sentito le loro voci, quel loro modo buffo e dolce di farti sentire l’ospite più importante di sempre, mi hanno fatto sentire a casa, finalmente casa, dopo mesi che non mi ci sentivo, nemmeno tra le quattro mura di Trento. Quella sera, ognuno di noi è andato a dormire presto, per cercare di recuperare le energie consumate dal viaggio, in modo da essere subito operativi con i lavori il giorno dopo.
La mattina successiva, mi sono svegliata con un’energia incredibile, una pienezza che nulla prima d’allora mi aveva mai donato. Il paesaggio di Sarbova, quella distesa di terra pianeggiante, il canto delle galline nei pollai, i cani che correvano, le capre che belavano, la rugiada sui fili d’erba e l’aria frizzante del mattino presto mi hanno regalato un senso di libertà autentica, non dettata da egoismi personali. Camminando verso la casa di Adriana, il fruscio dei passi sull’erba bagnata accompagnavano i miei pensieri, finalmente leggeri. Era un paesaggio che parlava di speranza, di nuove opportunità, di pagine bianche pronte a essere scritte. Ogni dettaglio, ogni respiro, infondeva una pace interiore profonda, come se il mio cuore trovasse finalmente il suo ritmo naturale, in perfetta armonia con la semplicità e la bellezza autentica della vita.
Nei giorni successivi ci siamo dedicati con impegno a una serie di lavori che hanno reso l’esperienza ancora più intensa e significativa. Abbiamo iniziato scartavetrando con cura le superfici, preparando i muri per essere stuccati e successivamente imbiancati, trasformando gli ambienti con un tocco di freschezza e luminosità. Ogni pennellata sembrava cancellare non solo le imperfezioni delle pareti, ma anche le incertezze che mi avevano accompagnato fino a lì.
Dopo aver ridato vita alle pareti, ci siamo dedicati al parquet: con pazienza e dedizione lo abbiamo rilucidato, facendo emergere la calda brillantezza del legno, riflesso del nostro entusiasmo crescente. Il montaggio dei mobili ha richiesto collaborazione e ingegno, ma la soddisfazione di vederli finalmente al loro posto ha ripagato ogni sforzo.
Non sono mancati i lavori all'aperto: abbiamo tagliato legna in quantità, un’attività faticosa ma incredibilmente appagante, che ci ha unito ancora di più come squadra. Ogni tronco spaccato era un piccolo traguardo condiviso, un simbolo della nostra forza collettiva.
Un momento speciale è stato dedicato alla pulizia del formaggio, un compito delicato svolto sotto l’attenta guida di Diana, una delle ragazze che abitano da Adriana. La sua esperienza e il modo in cui ci ha trasmesso la cura necessaria per questo lavoro hanno reso l’attività un’occasione di connessione autentica.
Uno dei momenti che porterò sempre con me è accaduto l’ultima sera, dopo una giornata di lavoro particolarmente faticosa. Era rimasta un po’ di legna secca e così abbiamo deciso di accenderla, trasformandola in un falò attorno al quale salutarci prima della partenza.
L’aria era densa di una malinconia dolce, quasi tangibile. Dorian, il figlio di Roza, l’aveva percepita più di chiunque altro. Si è avvicinato a me, con gli occhi lucidi, e poco prima di sciogliersi in un pianto profondo stringendosi al mio collo perché non voleva che il giorno dopo ce ne andassimo, ha esclamato con la sua voce sincera di bambino: “Ma questo è il fuoco dell’amicizia!”.
E aveva ragione. Con la sua innocenza disarmante, Dori aveva colto ciò che noi adulti non riuscivamo ancora a dire: quel fuoco era davvero la fiamma viva della nostra amicizia.
La cosa più importante di tutta l’esperienza è stata sicuramente la creazione spontanea di una nostra piccola comunità, autentica e sincera. In questa realtà condivisa, ognuno di noi si è sentito libero di esprimere sé stesso, senza timore di essere giudicato. Le nostre differenze non ci hanno separati, anzi, sono state il collante che ha reso il legame più forte.
Abbiamo vissuto momenti di confronto, alcuni anche intensi, ma sempre con il rispetto e l’accoglienza reciproca nel cuore. Le nostre fragilità sono diventate punti di forza, perché ci siamo riconosciuti umani, unici nelle nostre mille sfumature. Ognuno ha portato un contributo speciale: c’era chi alleviava la fatica con la sua ironia, chi prendeva il ruolo di guida, coordinando i lavori con energia e chiarezza, chi sapeva ascoltare e offrire parole di conforto nei momenti difficili, e chi, con lacrime e sorrisi, ha costruito ponti invisibili.
Siamo stati una famiglia improvvisata, amici sinceri, compagni di viaggio che si sono sostenuti e arricchiti a vicenda. Questo legame autentico è stata la vera ricchezza del nostro cammino.
Quando è arrivato il giorno di ripartire, mentre caricavamo la macchina, ho sentito un nodo alla gola che non provavo da tempo. Non era tristezza, o almeno non solo quella. Era la consapevolezza che il viaggio mi aveva restituito qualcosa che credevo perso: la capacità di sentire, di fidarmi, di affidarmi. Guardando Stefano, Elisabetta, Francesca, Irene e Marta, mi sono resa conto che quella comunità mi aveva insegnato più sul coraggio che mesi di solitudine e paure. Non ero più la stessa persona che era arrivata lì piena di dubbi: ero più intera, più vera, più in pace.
Decidere di partire non era stato facile, ma oggi so che è stata la scelta giusta. Avevo paura di non essere abbastanza forte per questo viaggio, e invece è stato proprio il viaggio a restituirmi forza. Ho imparato che a volte si va lontano non per trovare risposte, ma per ritrovare sé stessi in forme nuove, negli sguardi degli altri, nei gesti inattesi, nella fatica condivisa. La Romania, ancora una volta, mi ha accolto e trasformato. È lì che ho capito che anche quando tutto sembra incerto, c’è sempre un posto, fuori e dentro di noi, dove la luce ricomincia a filtrare e per me quel posto è stato Sarbova.